cefalea
gli attacchi di panico
la depressione
l'ansia
le fobie
vertigini
DISTURBI D'ANSIA, UMORE E STRESS
 
 


CEFALEA

La cefalea è un sintomo diffusissimo che si presenta almeno una volta all’anno nel 40% di tutti gli individui.

Il meccanismo fisiopatologico che la genera può essere scatenato dallo stress e dall’ansia, ma la presenza di fattori emotivi riconosciuti non sempre è indispensabile perché la cefalea compaia.

Classificazione delle più comuni forme di cefalea secondo i principali testi di Medicina:

  • Emicrania con o senza aura: consiste in un dolore che si estende dalla regione frontale a quella temporale della testa, in modo unilaterale o bilaterale. Colpisce tutte le età, ma in particolare i bambini e i giovani adulti. Prevale nel sesso femminile. Compare soprattutto al risveglio, si attenua con il sonno. Può essere scatenato da mestruazioni, odori o alimenti.

  • Cefalea tensiva: è un dolore diffuso, più spesso occipitale (con senso di tensione) e senso di peso frontale. È meno intenso dell’emicrania e può essere favorito dagli stessi fattori.

  • Cefalea a grappolo: colpisce una sola parte della testa, soprattutto la zona orbitale o temporale. È molto intensa. Riguarda tutte le età dopo i 10 anni, con un picco tra i 30 e i 50. Per il 90% maschi. Si manifesta a cicli di circa sei settimane, con ricorrenza annuale (1-2 attacchi al giorno, spesso interrompe il sonno). Può essere favorita dall’alcol.

Esistono anche altre forme comuni di cefalea:

  • Cefalea da tosse

  • Cefalea da coito

Ci sono poi altre cefalee dovute a cause più gravi e specifiche. È sempre bene tenere èresente la loro possibilità, soprattutto se i loro sintomi sono impotenti.

  • Cefalea dopo un trauma

  • Cefalea da tumore cerebrale

  • Cefalea da arterite temporale (infiammazione dell’arteria temporale)

Maggiore è l’intensità di una cefalea, maggiore è la possibilità che ad essa si associno “sintomi di accompagnamento”:

  • Nausea

  • Vomito

  • Diarrea

  • Fotofobia (fastidio della luce)

  • Altri disturbi visivi (fotopsia: vedere luci)

  • Parestesie (sensazioni di ipersensibilità cutanea)

  • Dolorabilità del cuoio capelluto

  • Sensazione di testa vuota

  • Vertigini

Le caratteristiche dei cefalalgici

  1. Estremamente tesi all’autoaffermazione, ambiziosi, lavoratori accaniti.

  2. Perfezionisti, sopra ogni altra cosa temono le critiche

  3. Perennemente tesi ed irritabili, perché si addossano un carico sempre maggiore di lavoro e responsabilità.

  4. Programmatori, preferiscono vivere secondo piani prestabiliti per paura di essere colti alla sprovvista. Atteggiamento che ha come conseguenza una netta mancanza di spontaneità.

  5. Incapaci di “lasciarsi andare”, di distendersi, di rilassarsi (spesso è presente anche insonnia) in tutti gli ambiti:

  • Sessualità: inibizione, anorgasmia

  • Lavoro: mal di testa del fine settimana e serale

  • Relazioni: ansia per ogni uscita sociale

  1. Intellettualizzazione: tendono a tramutare tutto in conflitti mentali.


Il ritologema del cefalalgico

Al buio, con una fascia che stringe la fronte, nella più assoluta immobilità: realizza così inconsapevolmente il tentativo di distaccarsi da una corteccia-luce troppo dominante sulla sfera emotiva del cuore

L’ingorgo dei pensieri

  • Un sangue troppo caldo, carico di libido, aggressività ed energia, viene bloccato nel labirinto delle circonvoluzioni cerebrali.

  • Quando questa repressione supera la soglia limite di sopportazione scatta il dolore.

  • Le esigenze istintuali emotive e affettive sacrificate e represse sembrano voler punire la “funzione pensante divenuta onnipotente”. Il dolore cioè interrompe i pensieri.

Effetto simbolico della malattia

La malattia offre la possibilità concreta (e a questo punto “obbligata”) di distaccarsi dai pensieri.

Grazie al dolore si può rincontrare il corpo, quel corpo ormai da troppo tempo divenuto estraneo.

Quindi il dolore è necessario per ripristinare un equilibrio.

Il dolore è un mezzo difensivo grazie al quale la persona sofferente può tornare a “contattare” le altre parti e funzioni del corpo che non sono il pensiero.

Ci sono relazioni simboliche e analogiche tra cervello e intestino, come evidenzia la frequente alternanza, in una stessa persona, della cefalea con una colite.

La colite simbolicamente è un ingorgo, con conseguente espulsione violenta, di pensieri intollerabili alla coscienza.

Un’attività frenetico intellettuale e comportamentale è un modo per scaricare sul piano motorio un eccesso di carica istintuale.

C’è una difficoltà di queste persone a raggiungere l’orgasmo, dovuta all’incapacità di rinunciare al dominio del mondo razionale e di abbandonarsi al mare delle emozioni. L’anorgasmia è l’incapacità di “perdere la testa”.


Il capo è un contenitore

La testa è intesa da sempre come luogo e contenitore della coscienza, cioè della capacità di conoscere il mondo e se stessi. Tutto il cammino dell’evoluzione, l’Universo stesso è inteso come un processo che tende a questo risultato. Se con l’uomo viene al mondo la coscienza, il mondo stesso finalmente può giungere a compimento. Visione, luce, spirito sono peraltro anche patrimonio della concezione del capo nella cultura orientale. Allo stesso modo si presenta l’analogia capo-coppa. In alcuni riti antichi capo e coppa coincidevano anche praticamente, quando il sangue dell’immolato, del congiunto deceduto o del nemico ucciso, veniva bevuto direttamente nel suo medesimo cranio. Questo rito è ancora oggi operante nella messa cattolica, in cui il vino-sangue è bevuto da un calice-coppa, o nelle premiazioni di gare e competizioni sportive, quando vino e champagne innaffiano capaci coppe in segno di vittoria.

È la parte più “elevata” del corpo

Il fatto che la testa, sede della coscienza, occupi la parte più elevata del corpo, connette il rapporto alto-basso proprio del corpo umano al più generale rapporto tra il cielo e la terra, tra elemento sottile (dove risiedono gli dei più potenti) ed elemento terreno. Questo vale sia in termini di importanza (la parte più elevata è la parte più importante, il vertice), sia in termini di potere. Abbiamo così modi di dire come caput mundi, capufficio, ecc.

I diversi significati della cefalea

La testa è la sede di quell’attività che chiamiamo pensiero, immaginazione, ragione. Nel cercare l’origine del mal di testa si deve dunque partire da questa constatazione fondamentale: il disturbo colpisce la sede del pensiero. È significativo che il più delle volte, in preda a un attacco di cefalea, la nostra attività mentale si trovi a essere inibita alla radice: non riusciamo più a ragionare. Pensare, sembra farci male. In realtà in questo modo esprimiamo il desiderio di tenere lontani pensieri troppo invadenti o che ci possono turbare. Cosa ci vuole trattenere? A volte non si vuole affrontare una situazione che per qualche motivo ci disturba, oppure, vogliamo nasconderci di fronte a qualcosa che sta dentro di noi e che ci mette in crisi. Può essere l’aggressività che non scarichiamo o che addirittura reprimiamo alla radice perché può essere all’origine di sensi di colpa che non sappiamo gestire. O può essere il timore per gli altri, l’insicurezza che ci assale al punto da irrigidire in una morsa i muscoli del collo e della nuca procurandoci il mal di testa da tensione. Infine può essere la sessualità a occupare un ampio spazio nella genesi delle cefalee. Reprimere la libido, soffocare il mondo istintuale, distrarre l’attenzione dai desideri per gettarla in frenetiche azioni sostitutive, può condurre a gravi scompensi, a quegli squilibri che spesso si manifestano poi, sul piano fisico, attraverso un attacco di mal di capo.

1 - CEFALEA DA TENSIONE

Che cosa rivela in chiave simbolica

Questo tipo di mal di testa, abitualmente definito come muscolo-tensivo, ruota attorno al simbolo del capo interpretabile come contenitore. Coppa, vaso, scrigno o scatola: metafore diverse che riconducono all’idea di un contenuto, i pensieri. E quando questi ultimi i fanno numerosi e troppo “pesanti” è il collo, come base d’appoggio della scatola cranica, a dover reggere il sovraccarico. E ogni decisione importante aumenta il peso sui muscoli del collo che finiscono per tendersi dolorosamente per sorreggerlo.

La personalità di chi ne soffre

Chi soffre di questo tipo di mal di testa è la tipica persona con la testa sulle spalle e molto affidabile, ovvero colui che è diventato per tutti un punto di riferimento. Non solo. Ha anche una naturale tendenza a farsi carico delle responsabilità; a volte è persino capace di andarsele a cercare aderendo così ad uno stile che lo vuole affidabile per ogni cosa e in grado di sopportare ogni problema che si presenta a lui o a chi gli vive attorno.

L’attacco: quando arriva, come passa

È giorno di decisioni. E il nostro soggetto lo sa bene, spesso sin dalla notte precedente. Si sveglia con un dolore al capo che parte dal collo e sale su sino a interessare la testa. I muscoli del collo sono tesi e dolenti a indicare che, nel capo, è in arrivo una tempesta di problemi, e loro, costi quel che costi, devono tener duro. Passato il momento critico in cui la testa ha assolto alle sue responsabilità, tutto si placa e tutto si fa più leggero e meno gravoso da sostenere.

2 - CEFALEA DA CONTROLLO

Che cosa rivela in chiave simbolica

L’interpretazione simbolica di questo tipo di cefalea ci rimanda al tema del sangue come veicolo delle emozioni nel corpo. Quanto più la testa si rifiuta di accogliere e veicolare all’esterno la gioia e la rabbia, tanto più i vasi sanguigni che “portano” le emozioni al capo si restringono provocando il dolore opprimente di questo tipo di cefalea. La vasocostrizione si connota così come il tentativo di bloccare il dilagare nella testa di tutto ciò che temiamo di non saper gestire.

La personalità di che ne soffre

Chi soffre di questa cefalea esercita costantemente il controllo più rigido su tutto il mondo delle emozioni. È un individuo a cui, fin da bambino, hanno insegnato che piangere è segno di debolezza, manifestazione di infantilità; che abbandonarsi alla gioia è sintomo di “volgarità”, che esprimere fisicamente uno slancio affettivo va contro le comuni regole del pudore, che l’individuo perfetto è colui che non fa trasparire alcuna emozione. Non si arrabbia mai, dunque, non piange e non ride, ma il vulcano che tiene sempre sotto controllo spesso esplode…e sono dolori di testa.

L’attacco: quando arriva, come passa

Spesso la crisi acuta si presenta dopo una incomprensione con il (la) partner; quando avreste voluto esplodere ma, vi siete permessi solo una reazione di “civile” confronto. E in ufficio, quante volte avreste voluto mandare al diavolo un collega e non l’avete fatto? Vi ricorderete poi quel brutto mal di testa passato dopo un gran pianto mentre guardavate un film tanto commovente? Probabilmente dovevate liberarvi di un fardello di tristezza.

3 - CEFALEA DA WEEK-END

Che cosa rivela in chiave simbolica

È questo il caso di chi, della testa, non sa proprio farne a meno. Essa è diventata un punto di riferimento assoluto e onnipotente. È una testa “no-stop” che non lascia spazio a nulla e nessuno a costo di strafare. In questo senso il momento del week-end, inteso come rottura e cambiamento del ritmo settimanale, è il segnale emblematico di un’incapacità ormai consolidata di cambiare stile e di lasciar spazio a una parte di noi diversa, più giocosa e meno riflessiva; è così che la testa vorrebbe lavorare anche in quei momenti e finisce per andare in surmenage.

La personalità di chi ne soffre

Chi soffre di questo mal di testa è spesso un tipo insonne perché ormai disabituato a lasciar spazio alla notte, all’inconscio, ai sogni, a un mondo cioè antitetico a quello del pensiero. Magari è stanchissimo ma non riesce ad addormentarsi; la testa scoppia ma lui non cede. Il fine settimana è ormai un’angoscia. Non sa più come comportarsi, è perso. Non riesce a staccare dal tran-tran dei giorni feriali e a mettere da parte, per 48 ore, l’abitudine a pensare e comportarsi seguendo il medesimo schema mentale.

L’attacco: quando arriva, come passa

Il mal di testa arriva il sabato mattina e tendenzialmente sfuma solo all’alba di lunedì. Una curiosa alternativa è rappresentata da chi, viceversa, soffre di mal di capo dal lunedì al venerdì e lascia salvi i giorni festivi. Cambiano i giorni ma il problema non muta. Siamo sempre di fronte a uno schema di abitudini troppo rigido e incapace di modellarsi su esigenze diverse (in questo caso sui ritmi feriali).

4 - CEFALEA DIGESTIVA

Che cosa rivela in chiave simbolica

Basterebbe l’aspetto del cervello umano, solcato da pieghe, meandri e circonvoluzioni, a far comprendere il terreno su cui si sviluppa questo tipo di cefalea. Un labirinto – la testa appunto – dove i pensieri si susseguono in caroselli infiniti e incessanti, continuamente rivisti e rielaborati sotto mille prospettive, troppo spesso sganciati dalle sensazioni corporee. Ecco perché possiamo trovare una cefalea che si accompagna disturbi digestivi, relativi cioè a un altro apparato labirintico e tortuoso, dove vengono elaborate le sostanze da assimilare.

La personalità di chi soffre

Chi è afflitto da questo mal di testa è spesso un rimuginatore, sia in senso lato che per davvero. La testa pesante può infatti essere contemporaneamente espressione della difficoltà a “digerire” sensazioni, impressioni, pensieri e insieme rappresentare una sorta di auto-intossicazione per non essere riusciti a elaborare adeguatamente il cibo ingerito. Questo continuo rimuginare toglie comunque spazio all’azione e alla possibilità di vivere le esperienze sulla propria pelle.

L’attacco: quando arriva, come passa

Il momento critico può essere, appunto, proprio quello della digestione, quando l’apparato digerente viene sovraccaricato da stimoli e sostanze da scomporre e assimilare. Ma anche qualcosa di inconsueto da fare, un incontro significativo, l’ingresso nel nostro ambiente familiare o lavorativo di qualcuno di nuovo possono costituire occasioni che scatenano questo mal di testa.

5 - CEFALEA DA MESTRUAZIONI

Che cosa rivela in chiave simbolica

Quando l’energia sessuale non trova strada per esprimersi liberamente, quando la testa pretende di governare le emozioni che salgono dal basso, sovente come risultato oltre alla cefalea si ha una difficoltà a raggiungere l’orgasmo e una vita sessuale insoddisfacente. L’orgasmo, come l’innamoramento, è infatti il simbolo dell’abbandono, del “perdere la testa”, è il lasciarsi andare assolutamente senza confini alla passività e alle emozioni.

La personalità di chi soffre

La frenetica attività intellettiva e motoria a cui si sottopongono molte donne sofferenti di cefalea si presenta con tutta evidenza come valvola di sfogo alla tensione libidica accumulata. Buttarsi a capofitto nelle cose, essere iperattive, può anzi essere un modo per distogliere l’attenzione dalla necessità di fermarsi, di ascoltare i propri desideri e il proprio corpo. La freddezza e il controllo sono poi per queste donne le armi con cui difendersi dal profondo timore che hanno di cedere e di lasciarsi coinvolgere.

L’attacco: quando arriva, come passa

Ogni mese, la comparsa delle mestruazioni arriva puntualmente a ricordare l’ineluttabilità dei ritmi del femminile, la possibilità di essere terra che accoglie passivamente il seme da far germogliare. Ed ecco comparire la cefalea che può durare anche alcuni giorni, come manifestazione di un mentale che non vuole sottomettersi al richiamo di una sessualità che forse sta stretta in un rapporto di coppia. Col cessare del mestruo scompare anche la cefalea: per altri 28 giorni la testa può tornare a fingere che l’istinto non esista.

6 - CEFALEA METEROPATICA

Che cosa rivela in chiave simbolica

Il temporale è la tipica situazione che ci parla dell’imprevedibilità della Natura: pochi minuti e un caldo sole si trasforma in una pioggia a catinelle. Allo stesso modo dentro di noi le emozioni e i sentimenti possono giocare scherzi simili; rabbia, passione, gioia, possono travolgere il controllato mondo del cefalalgico. Per evitare che questo avvenga ecco giungere, nei momenti a rischio, il mal di testa a impedire alle emozioni di occupare uno spazio che la razionalità cerca di negare.

La personalità di chi soffre

Un’agenda ricca di appuntamenti fissati, un programma preciso e vincolante ben definito in testa, una vera e propria allergia per le improvvisazioni: questi sono gli aspetti peculiari di chi soffre di questa cefalea. Metodico e ordinato, non sopporta che neppure il più piccolo imprevisto possa intralciare la sua vita. Anche i movimenti del corpo appaiono lenti e misurati, mai un gesto è “fuori posto”, cerca sempre di essere “in ordine” in ogni occasione nel vestiario, nella pettinatura, ecc.

L’attacco quando arriva

Il temporale in arrivo, l’improvviso cambio di tempo sono il campanello d’allarme che preoccupa chi soffre di questo tipo di cefalea perché sa che è il momento in cui più facilmente esploderà la crisi. Ma non sono solo le variazioni atmosferiche a essere accompagnate dal mal di testa; più in generale ogni volta che questo soggetto si scontra con l’imprevisto, con un improvviso cambiamento di programma ecco che il disturbo esplode, proprio come un fulmine a ciel sereno.

GLI ATTACCHI DI PANICO

L’attacco di panico è una crisi d’ansia estremamente acuta e incontrollabile, è la comparsa improvvisa ed inaspettata di una sensazione di terrore e di angoscia accompagnata da sintomi somatici quali:

  • Dolore al torace

  • Palpitazioni, tachicardia

  • Vertigini, sudorazione, vampate

  • Tremolii, formicolii, parestesie, nausea, diarrea

  • Senso di svenimento o perdita di equilibrio

  • Senso di soffocamento, respiro affannoso

E da sintomi psichici quali:

  • Paura di perdere il controllo, di impazzire, di morire

  • Senso di irrealtà

  • Sensazione di estraneità e di distacco da se stessi

L’attacco di panico inizia senza preavviso e, per sua caratteristica, insorge durante lo svolgimento di attività abbastanza tranquille, come essere seduti al tavolo di un ristorante, guidare l’automobile, entrare in un negozio. La massima intensità dei sintomi si raggiunge in 10 minuti e la crisi si estingue in 20/30 minuti lasciando il soggetto in un profondo stato di prostrazione. Inoltre, la maggior parte delle persone sviluppa via via un’ansia di tipo anticipatorio e assume condotte di evitamento relativamente alle situazioni che sono associate agli attacchi di panico.

Ecco allora che si bandiscono ristoranti, negozi, mezzi pubblici affollati, si assiste ad un progressivo ritiro dalla vita pubblica con conseguente confinamento entro le mura domestiche e con un deciso taglio della vita relazionale.

Gli attacchi di panico possono verificarsi anche in assenza di stimoli provenienti dall’esterno, anche se l’esperienza clinica mostra come possa esser una serie di pensieri negativi a causare la condizione di paura estrema. Avere “paura della paura” anticipando col pensiero la paura di collassare, di impazzire, di perdere il controllo, persino di morire e comunque di trovarsi in gravi situazioni senza una via d’uscita.

L’attenzione esasperata a ciò che accade nel proprio organismo (aumento del battito cardiaco, mancanza d’aria, dolori al petto…) provoca un aumento dell’ansia che, in un circolo vizioso, esaspera le condizioni fisiche, facendo temere il peggio.

Darwin scriveva così le caratteristiche del terrore acuto degli animali: “In tutti o quasi tutti gli animali il terrore provoca tremore nel corpo. La pelle diviene pallida, il sudore cola e i peli si rizzano. Il respiro è affrettato. Il cuore batte velocemente e impetuosamente… Le facoltà mentali sono molto disturbate. Presto segue una completa prostrazione e perfino lo svenimento. Un canarino terrorizzato è stato visto non solo tremare e diventare bianco alla base del becco, ma addirittura svenire…”

Quello degli attacchi di panico è il disturbo in maggiore crescita degli ultimi vent’anni.

Solo negli anni Ottanta è stato inserito fra le patologie psichiche del DSM; prima era considerato una forma d’ansia generalizzata.

Nel mondo, soffre di questa patologia l’8% della popolazione dei Paesi sviluppati. In Italia, secondo la LIDAP (Lega italiana contro i disturbi d’ansia di agorafobia e di attacchi di panico) il 10% della popolazione ha avuto almeno un attacco nel corso della vita e il 6% della popolazione viene colpito ogni anno (circa 2 milioni di persone!). Le donne sono più a rischio con il 60% delle diagnosi anche se va considerato che le donne sono più disponibili degli uomini a riconoscere il proprio disagio e a fare ricorso all’aiuto di psichiatri e psicologi.

Morelli ci descrive il soggetto che soffre di DAP come perfetto, impeccabile, che non pensa mai a fare qualcosa di sbagliato. Si muove con sicurezza e determinazione, si batte con forza per ciò in cui crede. Le frasi che lo caratterizzano sono: “volere è potere”, “tutto sotto controllo”, “sono tutto d’un pezzo”, “sono così e non posso cambiare”. Insomma una personalità rigida, intollerante e polemica, convinta che nessuno possa modificare il suo destino all’infuori di se stesso. Per mantenere questa immagine che si è creata, deve dare sempre il massimo, deve raggiungere tutte le mete che si prefigge senza mai deludere, senza permettersi di sbagliare. Si vanta di riuscire a controllare i suoi bisogni e di riuscire a non lasciarsi andare,. Il più delle volte rifiuta anche l’eros.

Non dissimile è il tratto della donna che, lei pure, recita il ruolo di chi deve essere sempre all’altezza del compito, si propone come persona modello che si sovraccarica di impegni e di fatiche senza che nessuno glielo chieda. La femminilità è spesso confinata sullo sfondo, in quanto viene ritenuto più importante essere una buona moglie e una buona madre.

In sintesi il “candidato ideale” è colui che:

  • Vuole tenere tutto sotto controllo

  • Si obbliga a seguire percorsi esistenziali fissi

  • Ha un forte senso del dovere e di responsabilità

  • Ha la mente piena di regole, ideali e moralismi

  • Attribuisce grande importanza al giudizio altrui

I SIGNIFICATI DELL’ATTACCO DI PANICO

Inaspettato e sconvolgente, l’attacco di panico si batte come un fulmine su chi si è costruito questa falsa identità, su cui ha cercato di intrappolare le proprie emozioni e passioni dentro una gabbia di doveri, di routine, su chi ha negato a impulsi e desideri il diritto di manifestarsi.

Ecco allora la “scossa divina” che cerca di creare un varco per tutte queste forze, mina l’esplosione del desiderio che non si è saputo accogliere, mette in discussione uno stile di vita dove manca il soffio vitale.

L’attacco di panico rappresenta quindi una protesta contro l’equilibrio che forzatamente è stato creato, ma che non corrisponde alla vera essenza. Il cuore che batte all’impazzata, la testa che gira, il respiro che sembra bloccato sembrano rappresentare un simbolico invito a “morire” per poi “rinascere”, finalmente liberi, finalmente disposti a riconoscere e a vivere le proprie emozioni.

La sensazione di mancanza di ossigeno – come ci dice Alfonso Rogara, neurologo e psichiatra – ci rimanda all’incapacità di mettere in contatto il nostro mondo personale con quello che ci sta attorno e alla difficoltà che tante volte incontriamo nell’avere un buon rapporto con noi stessi, con le componenti più profonde della nostra personalità. E questo perché l’ossigeno che noi scambiamo attraverso il respiro è considerato l’agente mediatore tra il nostro mondo interno ed il mondo esterno; inoltre l’ossigeno, attraverso il sangue, porta nutrimento a tutto il nostro organismo e può quindi essere considerato il ponte tra noi stessi e le nostre parti più profonde.

La sintomatologia dell’attacco di panico assomiglia molto a quella dell’attacco di rabbia o dell’orgasmo. In effetti, da un punto di vista fisiologico, si tratta di eccitazioni del tessuto cerebrale molto simili tra loro. Probabilmente – prosegue Rogora – se alcuni comportamenti sono stati inibiti dall’educazione familiare, scolastica, sociale, si finisce per agire solo il comportamento più accettabile: “il piacere sessuale è spesso condannabile, la rabbia è inopportuna e riprovevole e alla fine…resta solo un innocuo attacco di panico!”

LA DEPRESSIONE


La depressione è un’alterazione costante del “tono dell’umore”, importante funzione psichica che, con la sua flessibilità, ci consente l’adattamento al nostro mondo interno ed esterno. Il tono dell’umore, infatti, si innalza quando ci troviamo in situazioni positive e piacevoli e si abbassa in situazioni negative e spiacevoli. Nella depressione il tono dell’umore si fissa verso il basso, perde la sua flessibilità e non è più influenzabile da eventi positivi e favorevoli.

Nelle fasi più lievi o in quelle iniziali lo stato depressivo può essere vissuto come incapacità a provare un’adeguata risonanza affettiva o come accentuata labilità emotiva.

Nelle fasi più acute, invece, il disturbo dell’umore si fa più evidente e si sperimentano vissuti di profonda tristezza, sgomento, disperazione, associati alla perdita dello slancio vitale. Cresce il disinteresse per le normali attività e si sperimentano sentimenti di distacco e inadeguatezza nello svolgimento delle incombenze quotidiane anche per il consistente venir meno della quantità di energia psichica a disposizione.

Anche la nozione del tempo è modificata: il suo scorrere continuo rallenta fino a fermarsi; il depresso ha la sensazione che la giornata sia interminabile, che tutto sia fermo, stagnante.

La compromissione delle prestazioni intellettuali, la consapevolezza della propria aridità affettiva e della propria inefficienza, portano all’autosvalutazione, al disprezzo di sé, talvolta accompagnati da un incessante ruminare su sbagli e colpe lontane nel tempo. Il futuro appare privo di speranza ed il passato vuoto e inutile. Emergono inevitabili sensi di colpa e previsioni di rovina e miseria.

Occasionalmente ciascuno di noi può aver sperimentato, anche in parte, questi sentimenti, magari a seguito di problemi familiari, lavorativi, di salute, lutti o altri eventi che coinvolgono la nostra sfera emotivo-affettiva. La difficoltà nasce quando durano a lungo e sono particolarmente intensi.

Il DSM IV indica i criteri diagnostici per l’episodio depressivo maggiore:

  • Tono dell’umore depresso

  • Perdita di interesse per le attività quotidiane

  • Diminuzione dell’appetito e calo del peso corporeo

  • Disturbi del sonno quali insonnia o ipersonnia

  • Agitazione o rallentamento psicomotorio

  • Faticabilità o mancanza di energia

  • Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati

  • Ridotta capacità di pensare, di concentrarsi o di prendere decisioni

  • Pensieri ricorrenti di morte

Depressioni somatogene

Hanno un rapporto di dipendenza causale con una malattia organica (tumore cerebrale, paralisi progressiva, arteriosclerosi, ecc.) o con una disfunzione somatica (infezioni, intossicazioni, interventi chirurgici, ecc.)

Depressioni endogene

Sono le forme classiche di depressione, note fin dall’antichità con il termine di melanconia. Comprendono sia le depressioni periodiche, costituite solo da fasi depressive, che le depressioni cicliche che alternano alla fase depressiva quella maniacale.

Depressioni psicogene

Trovano la loro spiegazione in motivazioni psicologiche riconoscibili, come nel caso della depressione reattiva che è connessa ad un’esperienza di perdita, quali un lutto, una delusione amorosa, un insuccesso sociale.


L’approccio psicosomatico non mira a scoprire l’origine del sintomo, bensì il senso, il significato del fenomeno depressivo, che accade qui e ora.

Il nostro stile di vita è il vero responsabile: commettiamo ogni giorno gli stessi errori che arrivano a spegnere la parte più antica e profonda del nostro cervello, quella ipotalamica e limbica, dove abita la nostra natura più vera.

  • Ripetiamo azioni identiche: la nostra vita è cadenzata da abitudini ferree

  • Parliamo per frasi fatte: ad ogni situazione rispondiamo con frasi precostruite. Non sopportiamo il silenzio

  • Recitiamo un personaggio: un tempo siamo piaciuti così e pur di continuare ad essere apprezzati, diventiamo la caricatura di noi stessi

  • Perseguiamo obiettivi inutili: lavoriamo 12 ore al giorno, ci muoviamo in modo doveristico, vogliamo la casa più bella, la macchina più potente

  • Riempiamo la mente di cose inutili: preconcetti, dubbi, ideali, convenzioni

La depressione diventa allora il tentativo del cervello di liberarci da progetti di vita innaturali, artificiali, ci spinge verso l’originalità, ci stimola alla ricerca del nostro talento, della nostra creatività.

Le depressione ci costringe a spegnere i riflettori sul personaggio che stiamo recitando, ma che non ci appartiene e ci obbliga a portare in scena la nostra vera identità.

Ci fa sentire piatti, vuoti, assenti, immobili perché è proprio così che siamo. Diventa l’unica possibilità di sfuggire alla nostra vita scontata.

Siamo abituati a leggere i sintomi della depressione in chiave negativa. In realtà essi svolgono una funzione rinnovatrice. Proviamo a leggere in questo i segni della rinascita.

Il silenzio: ci disintossica dalle parole inutili.

La solitudine: ci consente di capire chi siamo e cosa vogliamo realmente; attraverso al solitudine possiamo liberarci da modelli e identificazioni “fasulli”.

L’immobilità: interrompe tutte quelle azioni ripetitive e meccaniche consentendoci di osservarci con calma e di ritrovare un ritmo più nostro.

L’assenza di desideri: allontana anche i giudizi e le false certezze per lasciar emergere la nostra vera volontà.

Il desiderio di buio: nell’oscurità tutto si dissolve e perde i suoi contorni, anche la nostra identità. Nel buio e nel silenzio si muore e si nasce: c’è spazio per essere finalmente persone autentiche.

Il rifiuto del cibo: ci consente un momento di purificazione da ciò che il cibo rappresenta: condizionamenti, abitudini e bisogni.

L’assenza di affetti: ci consente di ricercare la giusta distanza tra noi e gli altri.

La fatica a concentrarsi: ci regala una sosta rigeneratrice. Il ridursi della concentrazione, l’indebolirsi del pensiero logico lasciano posto ad una coscienza diversa, ad un’attività contemplativa che nutre e rigenera il cervello.

In definitiva, quindi, basta saper cogliere l’occasione e trarre dal dolore della depressione il potere per la propria rinascita.


L’ANSIA

L’ansia è uno stato d’animo comune a tutti gli esseri umani. È un’emozione nota che tutti abbiamo sperimentato in molteplici occasioni del vivere quotidiano. Di per sé costituisce un fenomeno positivo e vitale, in quanto spinge l’individuo alla ricerca dell’equilibrio tra le richieste dell’ambiente esterno e le risorse del mondo interno, lo muove verso l’azione, la creatività, la conoscenza, la competizione.

L’ansia viene considerata una reazione istintiva dell’organismo, che produce uno stato di “allerta”, simile a quello dell’animale quando fiuta un pericolo e si prepara ad affrontarlo. Ha quindi una funzione psicobiologia che stimola i comportamenti adattivi in risposta a situazioni ambientali, interpersonali, intrapsichiche.

Lo stato d’ansia viene sperimentato come una tensione che può risultare spiacevole e dolorosa, un’emozione diffusa di pericolo e di minaccia che peraltro è in grado di mobilitare tutta una serie di energie psichiche positive.

La reazione sarà allora quella di una intensificazione degli sforzi personali, di una riorganizzazione dei dati del problema, della ricerca di soluzioni nuove e creative che consentiranno di superare l’ostacolo del problema che si frappone in quel momento dato. Il risultato sarà un potenziamento del funzionamento individuale e sociale del soggetto.

Etimologicamente, il termine “ansia” deriva dal latino angere = opprimere, chiudere alla gola, da cui deriva anche il termine “angoscia”. Questi due termini sono spesso assimilati, in quanto la distinzione è reperibile solo nelle lingue di origine latina. In tedesco esiste un unico termine, Angst, che viene tradotto dagli psichiatri con “angoscia” e dagli psicologi con “ansia”. C’è inoltre chi considera l’angoscia come uno stato più grave dell’ansia e chi mantiene tra le due parole una rigida distinzione, considerando l’ansia come una condizione non solo normale, ma anzi utile per il conseguimento di un obiettivo, e l’angoscia come condizione nevrotica o psicotica dell’ansia.

Nell’ansia abbiamo una compresenza di sintomi psichici e fisici. Da un punto di vista emotivo sono presenti: tensione, nervosismo, eccessiva preoccupazione per sé e per gli altri, insonnia, facilità al pianto. Gli eventi sembrano dominarci, gli ostacoli appaiono insormontabili: ci pervade un senso di inadeguatezza. Successivamente si possono manifestare una serie di paure, da quelle per il buio, a quella di volare, a quella dei luoghi chiusi, fino ad arrivare agli attacchi di panico, caratterizzati da uno stato di profondo disagio che giunge progressivamente fino alla paralisi di ogni attività.

I sintomi somatici possono interessare tutto l’organismo: palpitazioni, tremori, nausea, vertigini, sudorazione diffusa, dispnea, debolezza, variazioni della motilità gastrica e intestinale.

Quando l’ansia determina un comportamento di risposta positivo, tendere a ridurre un pericolo o ripristinare un equilibrio – come detto sopra – parliamo di ansia funzionale o normale. Viceversa, quando questo stato si protrae troppo a lungo o diventa troppo frequente ed intenso o addirittura si instaura indipendentemente dalla situazione soggettiva, si parla di ansia disfunzionale o patologica. Quest’ultima si caratterizza per uno stato permanente ed incontrollabile di tensione che compromette le capacità di giudizio ed operative dell’individuo, danneggiandone le relazioni sociali.

L’ANSIA PATOLOGICA

L’ansia patologica si ritrova in diversi contesti psicologici ed esistenziali e si caratterizza per:

  • Intensità sproporzionata all’evento e spesso non chiaramente comprensibile in relazione al contesto in cui si manifesta.

  • Perdurare dello stato ansioso anche dopo la scomparsa dell’evento scatenante.

  • Incapacità di controllare il fenomeno con la volontà cosciente.

  • Evoluzione psicodinamica che può svilupparsi in una triplice direzione

  1. Instaurarsi di meccanismi di difesa patologici e di comportamenti disadattavi, talvolta di natura impulsiva, non di rado pericolosi per la stessa vita del soggetto (attacchi di panico).

  2. Trasformazione in strutture psichiche patologiche.

  3. Trasformazioni in vere e proprie alterazioni organiche.


I sintomi che riguardano il disturbo d’ansia si manifestano nelle quattro sfere funzionali: cognitiva, affettiva, comportamentale e fisiologica.

I sintomi cognitivi riguardano sia la percezione interna (confusione mentale, ipervigilanza) che dell’ambiente (che sembra lontano, irreale). Quando è intaccato il pensiero si possono verificare: mancanza di concentrazione, distraibilità, affievolimento del ricordo, perdita di obiettività e prospettiva. Possono intervenire una serie di paure: di perdere il controllo, di non essere in grado di far fronte alle situazioni, di malattie fisiche e mentali; fino ad arrivare alla presenza di immagini visive minacciose e alla produzione di pensieri spaventosi.

I sintomi affettivi si esprimono con: irritabilità, impazienza, nervosismo, tensione, suscettibilità, terrore, allarme, eccitazione.

I sintomi della sfera comportamentale si possono individuare in: inibizione, immobilità del tono muscolare, fuga, esitamento, linguaggio e coordinazione difficoltosi, agitazione motoria.

La sfera fisiologica presenta un’ampia gamma di sintomi, interessanti sia il sistema nervoso simpatico che quello parasimpatico: palpitazioni, tachicardia, aumento della pressione sanguigna, pressione al torace, nodo alla gola, senso di soffocamento, insonnia, rigidità, iperidrosi, nausea, diarrea, ecc…

Secondo la classificazione del Manuale Diagnostico DSM IV, il disturbo d’ansia può essere suddiviso in:

  • Attacco di panico: caratterizzato da uno stato di intensa paura o disagio, associato o meno ad agorafobia.

  • Disturbo fobico: caratterizzato da marcata e persistente, eccessiva i irragionevole paura verso oggetti o situazioni specifiche e dalla necessità di evitarli (fobia semplice, fobia sociale).

  • Disturbo ossessivo – compulsivo: caratterizzato da idee, pensieri, impulsi (ossessioni), da modalità comportamentali ripetitive ed inevitabili (compulsioni), sperimentate come intrusivi e assurdi ma necessari per fronteggiare l’ansia.

  • Disturbo post – traumatico da stress: si può sviluppare in alcune persone colpite da un grave trauma e che si caratterizza per tutta una gamma di tematiche psicologiche che vanno dalla paura, alla tristezza, al dolore, al sentimento di rabbia e di impotenza.

  • Disturbo d’ansia generalizzata: connotato da un’ansia eccessiva, difficile da controllare che si manifesti per almeno sei mesi, danneggiando il funzionamento lavorativo o sociale dell’individuo.

I SIGNIFICATI DELL’ANSIA

L’ansia è tutta la vita che non viviamo, è voler sempre saper cosa fare, dove andare, è programmare meticolosamente ogni cosa, è voler tenere tutto sotto controllo. Così l’energia vitale che scorre dentro di noi non trova sufficiente spazio per circolare, per esprimersi, soffocata da questo atteggiamento mentale, così tipico di tutto il mondo occidentale.

Vogliamo vivere tutto nella dimensione “della testa”, trascurando il nostro mondo istintuale che intanto preme per essere ascoltato, per emergere. Nasce allora il disagio, l’ansia, che ci segnala la presenza di queste forze interiori, desideri ed emozioni che trascuriamo o addirittura neghiamo, chiusi in una serie di obblighi e di doveri.

Quindi l’ansia diventa il campanello d’allarme per richiamare la nostra attenzione su questa energia vitale che va sprecata, che non viene vissuta, alla quale viene impedito di fluire liberamente; l’ansia ci segnala il nostro eccessivo controllo, ci dice che stiamo vivendo nella dimensione della fatica.

Il cuore che batte all’impazzata è un cuore che protesta perché non stiamo ascoltando e rispettando i suoi ritmi, perché si sente rinchiuso nella gabbia dei nostri doveri e dei nostri rigidi programmi.

Il blocco allo stomaco e tutti i problemi legati alla digestione sono l’emblema della costrizione che stiamo subendo.

Le difficoltà respiratorie ci segnalano la mancanza di un equilibrato scambio tra il mondo interno e quello esterno.

Diventa quindi importante, se non vogliamo diventare schiavi dell’ansia e condizionati da tutte le spiacevoli conseguenze, che impariamo ad esprimere liberamente ciò che è dentro di noi, a realizzare il nostro talento senza giudicarci e senza guidarci.


LE FOBIE

Tra i disturbi d’ansia, le fobie sono di gran lunga le più comuni. Nel DSM-IV le fobie sono così suddivise:

  • Agorafobia: è l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di attacco di panico. I timori agorafobici riguardano tipicamente situazioni che includono l’esser fuori casa da soli; l’essere in mezzo alla folla o in coda; l’essere su un ponte, il viaggiare in autobus, treno o automobile.

  • Fobia specifica: è la paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o di situazioni specifiche (animali, sangue, altezza, volare,ecc…)

  • Fobia sociale: è la paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire ( o di mostrare sintomi d’ansia) in modo umiliante o imbarazzante.

Secondo Gabbard, quando dei pensieri proibiti sessuali o aggressivi, che potrebbero portare a una ritorsione punitiva, minacciano di emergere dall’inconscio, viene attivato un segnale d’ansia che porta allo spiegamento di tre meccanismi di difesa: spostamento, proiezione ed evitamento. Queste difese eliminano l’ansia, rimuovendo ancora una volta il desiderio proibito, ma il prezzo del controllo dell’ansia è la creazione di una nevrosi fobica.

SIGNIFICATO DELLA FOBIA

Tutti nella vita sperimentiamo la paura, ma come abbiamo già visto per gli attacchi di panico, anche timori, insicurezze, fobie sono in continuo aumento. L’elemento che sembra accumunare le varie facce della paura è il timore del “diverso”: l’altro, l’ignoto non è rassicurante e ci spaventa. E se la nostra diffidenza è esasperata, può trasformare situazioni o oggetti di per se stessi innocui in veri e propri “draghi” minacciosi.

Ma esiste davvero qualcosa che sia “diverso da noi”?

In realtà, nell’identità di ciascuno di noi si condensa l’intero universo con tutte le sue facce, le sue luci e le sue ombre. Ecco allora che l’estraneo, lo sconosciuto si rivela essere solo specchio su cui proiettiamo i nostri modi di essere di cui siamo ignari e che per questo ci sembrano minacciosi. La nostra identità è debole perché non ci conosciamo fino in fondo.

La paura è dunque in grado di mettere in luce aspetti profondi della nostra personalità: le nostre debolezze e fragilità più nascoste, che cerchiamo di non far conoscere agli altri.

Se impariamo a convivere con i nostri timori, anziché allontanarli ad ogni costo, e ad ascoltarli, forse potremo guadagnare una preziosa conoscenza di noi stessi, prendendo contatto con i nostri “lati oscuri” per integrarli nella nostra coscienza e nella nostra vita.

Siamo noi a trasformare le paure in mostri orribili…ecco allora comparire sulla scena ansia, panico, fobie.

Le fobie altro non sono che paure irragionevoli, sproporzionate rispetto alla realtà che spesso si manifestano anche in assenza dell’oggetto. La fobia può essere definita come un timore senza fondamento di cui la persona stessa riconosce il risvolto ridicolo.

Le fobie però sfuggono alla spiegazione razionale e quindi alla capacità di controllo dell’individuo che piuttosto che affrontare una situazione scatenante, mette in atto tutta una serie di manovre di evitamento. Ma che cerca di allontanare dalla propria vita tutto ciò che è ignoto, misterioso e tutto ciò che non è controllabile, rischia di ottenere l’effetto opposto, ossia di entrare in una “palude esistenziale”.

Per comprendere il significato delle singole fobie, occorre risalire ai significati rivestiti dall’oggetto o dalla situazione temuta. Così, ad esempio, l’aracnofobia (paura dei ragni)può essere collegata al timore di venire “catturati nella rete”, al timore dei legami; la “paura di volare” potrebbe metaforicamente designare il timore di staccarsi dai legami “sicuri” e muoversi autonomamente; la fobia sociale si potrebbe legare col timore eccessivo del giudizio altrui e quindi con una bassa autostima e così via, ricercando nella storia di ognuno i perché e portandoli alla coscienza.


VERTIGINI

L’equilibrio e l’orientamento nello spazio

D’improvviso ci sembra di vacillare, di sbandare. La testa gira, la vista si annebbia e sentiamo di perdere l’equilibrio. Queste sono le vertigini, un sintomo che ciascuno di noi, almeno in forma lieve, ha provato una volta nella vita.

L’origine organica di questo disturbo può risiedere in disfunzioni degli apparati preposti al mantenimento dell’equilibrio e dell’orientamento.

L’equilibrio è una delle modalità con cui ci relazioniamo quotidianamente al mondo esterno. Per compiere qualunque azione, correre, girare la testa o anche semplicemente stare fermi, abbiamo bisogno di poterci orientare nell’ambiente che ci circonda e mantenere con lo spazio un rapporto armonico e dinamico, ovvero dobbiamo essere in equilibrio. Si parla anche di “equilibrio” in riferimento alla nostra sfera interiore, all’armonicità delle diverse componenti della nostra personalità.

L’orientamento nello spazio e l’equilibrio sono possibili grazie all’azione coordinata di alcuni meccanismi fisici:

  1. I ricettori posti sulla pelle, nella muscolatura e nelle articolazioni, che ci permettono di essere sempre consapevoli della posizione che il nostro corpo occupa nello spazio.

  2. I ricettori vestibolari situati nell’apparato vestibolare che permettono la percezione dei movimenti della testa.

  3. I movimenti riflessi dell’occhio, che consentono il rapido ripristino dell’equilibrio di fronte a movimenti rotatori rapidi.

I ricettori cutanei sono posti nella pelle e sono sensibili a stimoli meccanici come la pressione o il tocco. Ai fini del mantenimento dell’equilibrio sono particolarmente importanti i ricettori situati nella pianta dei piedi che ci informano sulla velocità e sulla direzione del movimento del corpo.

I ricettori posti nella muscolatura e nelle articolazioni permettono di essere sempre consapevoli della posizione dei nostri muscoli nello spazio.

L’apparato vestibolare è formato da una parte ossea e da una membranosa costituita da tre strutture delicatissime e fondamentali per l’equilibrio: il labirinto, il sacculo e l’utricolo.

Il labirinto ha al suo interno tre piccoli cunicoli, i canali semicircolari, alla cui estremità si trova una piccola ampolla contenente una sostanza gelatinosa, la cupola, che fornisce le indicazioni sulla posizione della testa e le variazioni della direzione del movimento. All’interno del sacculo e dell’utricolo è contenuta la macula, che dà informazioni sulle modificazioni della velocità del movimento.

L’insieme dei movimenti riflessi dell’occhio, denominati nistagmo rotazionale, consentono il rapido ripristino dell’equilibrio e dell’orientamento di fronte a movimenti rapidi circolatori. L’apparato visivo inoltre integra tutti i dati provenienti dagli altri meccanismi fisici in un’unica sensazione di equilibrio.

L’armonizzazione dei complessi meccanismi finora descritti permette di mantenere la postura eretta: i recettori, in ogni momento, mandano le informazioni sulla posizione e il movimento della testa al Sistema Nervoso Centrale che le elabora e programma i messaggi di risposta per l’apparato muscolare che stabilisce la postura del corpo adatta a quella particolare circostanza.

Come classifichiamo le vertigini

Le “vertigini cerebrali”, causate da un disturbo che interessa direttamente l’orecchio e gli organi dell’equilibrio, si distinguono dalle “vertigini periferiche” che possono dipendere da molteplici fattori:

  • Innalzamento o abbassamento della pressione;

  • Calo degli zuccheri;

  • Respirazione affannosa;

  • Disturbi della deambulazione;

la vertigine indica uno stato di disorientamento soggettivo nello spazio. La persona colpita ha cioè la sensazione di essere sul punto di cadere (e in alcuni casi può effettivamente succedere), in assenza di cause esterne realmente in grado di disturbarne l’equilibrio (ad esempio essere su una barca col mare mosso).

I disturbi più frequenti che accompagnano le vertigini sono la nausea, vomito, abbondante sudorazione, abbassamento della pressione e della frequenza cardiaca. In base alla qualità del “movimento” che percepiamo durante i capogiri distinguiamo differenti tipi.

La forma più frequente è la vertigine rotatoria in cui si ha la tipica sensazione che tutto giri ci intorno.

Quando il piano d’appoggio oscilla lungo l’asse longitudinale o trasversale si parla di vertigine ondulatoria (immaginiamoci un pendolo che oscilla).

Se si percepisce un senso di trascinamento in alto o in basso (analogo a quello percepito in ascensore) o ci sembra che il pavimento sprofondi, ci troviamo di fronte ad una vertigine sussultoria.

Secondo la classificazione comune distinguiamo le vertigini in centrali (a partenza dal tronco encefalico) e periferiche (a partenza dall’orecchio medio).

A queste si aggiunge tutta un’altra serie di disturbi di varia natura assimilabili alla patologia vertiginosa.

Le vertigini “centrali” possono dipendere da una varietà di condizioni fisiologiche che colpiscono direttamente o indirettamente le strutture del Sistema Nervoso Centrale e le sue connessioni:

  • Insufficienza vascolare dell’arteria vertebrale (dovuta a processi trombotici o ad aneurismi), ipertensione o ipotensione arteriosa, scompenso cardiaco, artrosi cervicale;

  • Sclerosi multipla

  • Epilessia

  • Forme neoplastiche

  • Disturbi oculari

  • Emicrania

  • Traumi

Le “vertigini periferiche” hanno alla loro origine disturbi dell’orecchio interno:

  • Infiammazioni vestibolari e del labirinto

  • Otiti medie

  • Tappi di cerume

  • Traumi cranici o cervicali

  • Infezioni tonsillari o adenoidee

  • Farmaci tossici per l’orecchio

Si tratta di capogiri associati ad un vero e proprio mancamento dovuto all’abbassamento della pressione. Avvertiamo una sensazione progressiva di svuotamento al capo con oscuramento della vista sino alla cecità; segue un senso di pesantezza agli arti inferiori che progredisce sino ad un cedimento vero e proprio delle gambe. In questi casi basta mettersi sdraiati, con le gambe in su e tutto passa abbastanza rapidamente.

Nei termini “vertigini” o “capogiro” confluiscono inoltre un’ampia e sfumata gamma di disturbi che è opportuno differenziare con maggiore precisione. Si tratta di sensazioni “simili” alle vertigini, ma che non è possibile definire tali perché estremamente passeggere o perché non presentano una sintomatologia tipica.

Questi malesseri momentanei dipendono solitamente da una crisi ipoglicemica (se siamo a digiuno da molte ore o abbiamo consumato troppe energie) o dall’iper-ventilazione (quando facciamo una corsa e non siamo troppo allenati).

Può capitare che chi soffre di problemi di deambulazione lamenti dei capogiri o che accusi una sensazione di leggerezza al capo.

Negli anziani il problema nasce da un ridotto senso della posizione legato a deficit neurologici (legati per esempio ad una neuropatia o alla malattia di Parkinson) o dipendente da un calo visivo (conseguente ad una cataratta o a degenerazione retinica) che “sovraccaricano” una struttura vestibolare invecchiata. In questi casi si parla di “disequilibrio benigno dell’anziano”.

Nelle classificazioni mediche c’è un “gruppo residuale” in cui confluiscono tutte quelle manifestazioni vertiginose a cui non è possibile far corrispondere una lesione organica come causa scatenante. In questi casi la vertigine è definita “da stress”. Il sintomo è un linguaggio del corpo e in questo senso il capogiro è l’espressione di un disagio psico-fisico, di uno squilibrio che fa vacillare.

GLI ASPETTI SIMBOLICI DELLE VERTIGINI

La posizione eretta che contraddistingue l’uomo dagli animali sembra rappresentare una sorta di sfida alla legge di gravità. Con la capacità di elevarsi al di sopra della materia, l’uomo realizza in sé la nascita della coscienza, ma anche l’inizio di un delicato dualismo tra il mondo “alto” e il mondo “basso”.

Da una parte c’è il gravare del mondo istintuale che lo trascina verso il basso, verso la sua animalità; dall’altra abbiamo la coscienza, la spiritualità, l’esigenza di “elevarsi” costantemente.

Le vertigini sembrano così rappresentare un momento in cui entra in crisi questa dinamica tensione tra gli opposti: così può accadere che il “desiderio” ci faccia girare la testa o che il vortice delle passioni troppo a lungo negate prenda il sopravvento.

Le malattie in una visione psicodinamica dell’uomo non sono da considerarsi come l’espressione di un “guasto” all’interno della macchina-corpo. Sono innanzitutto un avvenimento da comprendere, l’espressione di disagi profondi dell’individuo nella sua interezza.

Ogni disturbo fisico ci parla di noi e ha un senso. Per comprendere il messaggio che le vertigini vogliono comunicarci dobbiamo innanzitutto interrogarci sul significato simbolico di ciò che ci viene a mancare durante l’attacco di questo fastidioso male: la postura eretta (infatti vacilliamo e perdiamo l’equilibrio) e la vista.

La postura eretta è una prerogativa dell’uomo ed è qualcosa che guadagnamo gradualmente.

La maturazione degli organi deputati alla regolazione dell’equilibrio richiede infatti diversi mesi di tempo ed è proprio per questo che il bambino inizialmente tende a muoversi “carponi”, prima di conquistare, ricorrendo all’appoggio, la posizione eretta.

Il resto del mondo animale invece impara molto velocemente, a volte pochi minuti dopo la nascita, a muoversi come i suoi simili, perché ciò che è fondamentale per la sua sopravvivenza e non richiede la maturazione di strutture nervose preposte all’equilibrio, propria degli organismi più complessi.

Difatti le strutture labirintiche dell’orecchio, deputate a darci il senso dell’equilibrio, si sono evolute nel lungo cammino filogenetico fino a raggiungere nell’uomo una conformazione simile appunto ad un labirinto. L’uomo, all’apice della catena filogenetica, camminando su due piedi ed ergendosi verso il cielo, si è allontanato così dalla terra, dal basso e quindi dalle sue origini animali.

Questo passaggio filogenetico si riscontra anche nel nostro immaginario che è portato a distinguere l’alto dal basso dandogli una connotazione ben precisa: tutto ciò che è alto è spirituale e divino, mentre in basso stanno la materialità e gli aspetti profani.

Su questo principio sono stati costruiti templi e monasteri che con la loro collocazione (spesso sui monti, comunque sempre in posizione sopraelevata) ribadiscono il legame tra ciò che è elevato e una dimensione sottile e spirituale. Costruiti nella parte più alta della città o del territorio, rappresentano il desiderio dell’uomo di incontrarsi con la divinità e la sua sede celeste. I monasteri di Meteore in Grecia, gli antichi templi latini, il tempio di Tanath Lot a Bali non sono che alcuni tipici esempi.

Al contrario, ciò che è basso è ritenuto sporco, diabolico, bestiale. Definiamo spesso e comunemente “basso e meschino” colui che mostra una spiccata tendenza a seguire i più “bassi” istinti, così come “una serpe che striscia” è una persona di cui è bene non fidarsi.

Ecco quindi il senso simbolico della posizione eretta: essa rappresenta il trionfo della ragione, il sopravvento della coscienza sul mondo delle passioni, l’orientamento dell’essere umano verso il mondo spirituale e divino. Ma la forza di gravità ci tiene “con i piedi per terra”, ci richiama verso il basso, l’istintualità, la materia, che pur essendo la nostra matrice originaria desidereremo trascendere; spinti verso una dimensione più alta e raffinata, puntiamo sempre ad un costante processo di “elevazione” di coscienza.

In fondo il progresso non è stato forse facilitato proprio dalla postura eretta, che ci ha consentito, nella notte dei tempi, di utilizzare gli arti superiori (liberi dall’impegno di camminare) per la costruzione di arnesi ed utensili? Elevandoci verso il cielo è stato possibile progredire ed in termini simbolici abbiamo conquistato la conoscenza, vincendo il buio e il caos del mondo dell’inconscio.

Eccoci così entrare nel mondo delle vertigini. Nel vertiginoso questa tendenza verso l’alto e verso il controlla degli istinti risulta esasperata: ci si allontana sempre più dalla terra, dalla matrice istintuale originaria, venendo a perdere così la capacità di relazionarsi con la parte più profonda di sé.

L’uomo sembra quindi condannato a vivere in tensione tra due opposti, in una sorta di “eterna fatica di Sisifo”. Ma chi era questo personaggio mitologico? Sisifo aveva tentato di ingannare gli Dei e per questo gli era stato imposto un terribile supplizio: per tutta l’eternità avrebbe dovuto spingere un enorme macigno fin sulla cima di una montagna dalla quale, irrimediabilmente ed eternamente, questo sarebbe poi rotolato fino a valle. La metafora racchiusa in questo mito si adatta bene al tema simbolico delle vertigini: così come Sisifo non riesce a tener fermo il masso sulla cima del monte, allo stesso modo il vertiginoso non può tener tutto sotto controllo. Nonostante lo sforzo esasperato qualcosa prima o poi sfugge: sono le emozioni che più di tanto non possono venire imbrigliate e “rotolano via”. È il mondo statico del pensiero che non può tener fermo il sommovimento caotico delle pulsioni. Ancora una volta emerge il tema simbolico dell’altezza: tra la cima e la valle si gioca la partita di Sisifo così come in questo continuo trascendere verso l’alto si snodano tutte le problematiche del vertiginoso.

Se dunque ci facciamo dominare dalla nostra “testa” (ovvero da una visione esageratamente razionale) ci chiudiamo in uno spazio esistenziale troppo limitato. Allontanandoci dal “pulsare” del nostro mondo istintuale, la nostra “base di appoggio”, si fa limitata e rischia di non offrirci la sicurezza e la necessaria stabilità.

Ma cosa accade se vengono rinnegate le nostre radici più profonde, le emozioni e gli istinti che comunque continuano a vivere in noi e sulle quali poggia la nostra personalità? Accade proprio ciò che avviene ad un popolo quando non riesce più a sopravvivere per la durezza e l’avidità di un tiranno: si ribella.

Le vertigini rappresentano l’insurrezione del mondo istintuale-biologico, del mondo emozionale che ci costringe a vacillare e ci mette in crisi. Quando diventiamo troppo razionali finiamo per non essere più in grado di accettare nessun mutamento di direzione: questa confusione si manifesterà a livello somatico con le vertigini.

E non solo “non riusciamo a stare in piedi” e ci “gir la testa” ma ci si “annebbia la vista”. La funzione visiva gioca un ruolo di grande importanza nel mantenimento dell’equilibrio: ci consente di orientarci nello spazio e di conoscere e padroneggiare le situazioni. Il fatto che la vista venga meno, simbolicamente indica che è ora di tagliare i ponti con tutti i riferimenti e i punti di vista quotidiani, per poi ristabilire un nuovo equilibrio, un nuovo punto di vista sul mondo.

Un altro aspetto simbolico delle vertigini è connesso a situazioni irrisolte di dipendenza in cui il nostro equilibrio personale è strettamente correlato alla presenza, al giudizio o all’appoggio di un genitore, di un amico, di un parente. In questi casi abbiamo sempre il bisogno di qualcuno al nostro fianco, non sappiamo decidere per conto nostro, in poche parole non siamo autonomi. Ecco che, se per un motivo qualsiasi l’appoggio ci manca, ci sentiamo disorientati e traballiamo anche fisicamente. Le vertigini che sopraggiungono in queste occasioni sono allora proprio un disturbo da “mancanza di sostegno”.

Un’altra situazione tipica in cui le vertigini possono fare la loro comparsa sono i momenti in cui la vita ci sembra del tutto precaria, ci sentiamo inadeguati e i riferimenti a cui ci affidavamo abitualmente vanno mutando. Un lavoro che cambia, una relazione sentimentale che finisce, un trasferimento di abitazione o città, rappresentano una sorta di “scenario nuovo” a cui ci dobbiamo adattare: è comprensibile come in una situazione del genere ci si possa sentire confusi, spiazzati e…si finisce per barcollare di fronte alle novità. Ecco allora che le vertigini testimoniano sul fronte organico un processo di assestamento che stiamo mettendo in atto: in questi frangenti l’instabilità testimonia per un verso l’incertezza del momento, per un altro il progressivo “aggiustamento” alla ricerca della stabilità (proprio come succede ad un funambolo che, camminando sul filo si aiuta con le mani per bilanciarsi e trovare l’equilibrio).

Un altro aspetto simbolico delle vertigini è collegato al nostro tragitto esistenziale: le vertigini insorgono per parlarci dei nostri disagi quando la via che percorriamo si fa difficile e ci sentiamo insicuri. Comunemente si dice che “ci troviamo di fronte ad un bivio”, oppure che “abbiamo perso la via”, che ci troviamo in un “labirinto” o in un “vicolo cieco”, tutte metafore che rimandano ad un incedere incerto, ricco di esitazioni e tentennamenti che possono facilmente tradursi in un senso acuto di sbandamento o in una stabilità cronica.

Se dovessimo cercare un’immagine-simbolo di chi soffre di vertigini, potremmo scegliere il labirinto, emblematico di un procedere difficoltoso e di un luogo dove non c’è più orientamento. E non a caso, osservando il nostro corpo, uno degli organi più importanti preposti al mantenimento dell’equilibrio viene proprio denominato “labirinto” ed ha alla base una struttura molto simile a una conchiglia.

Il significato della parola labirinto è: “casa dell’ascia bipenne”, ovvero un’arma cretese, una sorta di ascia doppia, con un unico sostegno e due lame che guardano in direzioni opposte. Il labirinto è infatti costituito da un lungo tragitto, in uno spazio chiuso, che necessariamente conduce verso il cento, e dal centro di nuovo verso l’esterno con un’unica via d’uscita. Le due lame rappresentano così i due tragitti opposti che il visitatore deve compiere: una volta arrivato al centro, per raggiungere di nuovo l’esterno deve invertire la sua direzione di marcia.

Associamo assai frequentemente al labirinto la storia mitologica di Teseo che lungo il suo cammino eroico dovette affrontare il Minotauro, un mostro dal corpo umano e la testa di toro, a cui ogni nove anni venivano sacrificati sette giovani e sette giovanette. Il Minotauro rappresenta le forze istintuali, sessuali e aggressive, che sono state relegate nell’inconscio, nel labirinto. Il fatto che Teseo incontri il mostro proprio in questo luogo assume un duplice significato: da un lato rappresenta il cammino irto di ostacoli che attende tutti gli eroi (c’è di che perder la testa di fronte a tanta difficoltà!); dall’altro l’intrico di vie indica l’importanza di affidarsi all’istinto e al fiuto, voltando le spalle alla ragione che, in un dedalo tale, non potrebbe che confondersi e vacillare. Mentre Teseo riuscì a vincere la sfida (accettando di scendere nel labirinto per incontrare la propria istintualità) e a procedere per il suo cammino, la mitologia greca ci ricorda un altro personaggio che viceversa fallì: Icaro.

Icaro, figlio di Dedalo (proprio l’inventore-costruttore del labirinto), non riuscì nella sua impresa. Rinchiuso infatti in quei meandri insieme al padre, tentò la fuga con delle ali di cera, ma, preso dall’euforia del volo, si diresse troppo vicino al sole che sciolse la cera e lo fece precipitare nel vuoto. Icaro si è lasciato sopraffare dal voler ascendere troppo in alto, allontanandosi eccessivamente dalla dimensione terrena. Anche questo mito richiama il senso simbolico delle vertigini: per non smarrirsi nel labirinto della nostra esistenza, è necessario non perdere il contatto con la parte terrena di noi, con la nostra emotività ed istintualità.

Ma che significato ha il “vorticoso girare” della testa nelle vertigini?

Secondo le antiche tradizioni il labirinto è rappresentato graficamente da una spirale. La linea ininterrotta della spirale rimanda al movimento circolare, espressione del mutamento perenne e della creazione.

La connessione tra creazione e movimento circolare è testimoniata dalle cosmogonie occidentali ed orientali, secondo cui l’origine dell’universo è attribuibile sempre ad un movimento vorticoso capace di differenziare gli elementi mescolati nel caos originario. Secondo i Dono e i Barbara, due popolazioni dei Mali, la vita scaturì dal movimento attorno alla terra di un serpente di nome D’An, rappresentato da una spirale.

Anche il fuoco sacro, che nella dottrina indiani è simbolo della conoscenza intuitiva, viene acceso mediante un movimento rotatorio rapido. La strumento utilizzato, l’Arani, consiste in una tavola di legno di mimosa a forma di croce al cui centro vi è un foro dentro il quale viene fatto “girare” velocemente un bastoncino, che sta a rappresentare l’asse del mondo.

In questo orizzonte simbolico le vertigini possono essere interpretate come un tentativo vitale dell’organismo di scrollarsi di dosso degli schemi o dei modelli troppo statici. Questo è il “progetto esistenziale” della crisi vertiginosa: rompere gli schematismi del pensiero razionale nel vortice del movimento per entrare in contatto con le nostre parti più profonde e, in sintonia con esse, creare un nuovo equilibrio. Il significato che la crisi vertiginosa assume richiama da vicino la simbologia dl movimento nelle danze primitive. In molti riti e culture lo scopo del ritmo cadenzato e del vorticoso movimento corporeo nelle danze era quello di realizzare uno stato di “trance” mediante cui astrarsi da tutto ciò che è coscienza ed attenzione e ottenere un improvviso dilagare di contenuti inconsci così da entrare in contatto con la divinità. Ecco perché i danzatori turchi Dervisci, mentre ruotano su se stessi al ritmo crescente della musica, tengono una mano tesa verso il cielo e l’altra rivolta a terra, come fossero in quel momento un tramite tra la dimensione divina e quella umana. Ma questo movimento frenetico, simbolo dell’unione “tra l’alto e il basso”, che si realizza nella danza vorticosa, non ricorda forse l’andamento delle vertigini?

L’etimologia stessa della parola vertigine ci riporta all’idea del “girare” e dell’essere senza punti di riferimento. Vertigine deriva dal latino vertere = girare. Nella lingua greca il verbo trepo = girare, nella forma passiva assume anche il significato di trepidare, esitare, essere confuso. In inglese to giddy vuol dire sia essere presa dalle vertigini che essere stordito e frastornato.

Ritroviamo ancora l’idea del movimento nell’immagine simbolica del vento che è particolarmente adatta a sottolineare il messaggio di cambiamento e trasformazione insita nella crisi vertiginosa. Il vento infatti sul piano fisico ci travolge e sul fronte psichico spazza via le nostre difese razionali.

E ancora, dando uno sguardo alla medicina cinese, riemerge forte il tema del cambiamento. In agopuntura la vertigine viene descritta come “vento in testa”, è il turbine del vento fecondatore che dà un nuovo ordine al caos e permette il nascere di un equilibrio rinnovato.

L’immagine del vento è culturalmente e simbolicamente associata a quella delle passioni. Non a casa “turbine” e “turbamento” hanno la stessa origine etimologica e in greco anemos significa sia vento che impulsività. Quando siamo in preda ad una forte passione, sentiamo un “turbinio” di sensazioni che ci smarriscono e ci fanno girare la testa…proprio come nell’attacco di vertigini.

Anche l’innamoramento e il dolore possono farci perdere l’equilibrio. Ed ecco tornare, per esprimere questi stati emotivi, espressioni verbali che racchiudono in sé le immagini del girare, del vento e della vertigine: “ho perso la testa”, “non ho più la bussola”, mi gira tutto intorno”, ecc. ognuna di queste espressioni cela un’emozione profonda, violenta, che ci ha sorpreso, ci ha travolto e ci ha fatto vacillare.

Vento, turbine, emozioni, istinti, labirinti da cui uscire o in cui dover entrare: tutto ciò è racchiuso nel mistero delle vertigini. Uno “sbandamento” delle barriere poste dalla coscienza, destinate a crollare sotto le pretese dell’istintualità. Un punto di osservazione sull’abisso, sulla nostra interiorità più segreta.


LA PERSONALITA’ DEL VERTIGINOSO

Rigido, statico, conservatore, ma anche fragile, desideroso di compagnia, titubante insicuro.

Combattuto tra la possibilità di essere fin troppo coinvolto da un’emozione, una persona, un progetto e il tentativo di “conservare la testa sulle spalle”, il vertiginoso, in bilico tra alto e basso, vacilla…da sveglio, nel parlare e nei sogni.

Non sempre ad una patologia acuta vertiginosa corrisponde una struttura di personalità specifica e stabile. Le vertigini infatti possono essere transitorie e occasionali: il compromesso migliore che siamo riusciti a raggiungere per far fronte ad un momento particolarmente difficoltoso o emotivamente pregnante della nostra vita. Per esemplificare, come abbiamo già accennato, la vertigine “potrebbe stare al posto” di un innamoramento o di qualunque altro evento in grado di far “perdere la testa” al soggetto che si sentirà in equilibrio instabile, in bilico tra il piacere di lasciarsi andare e il timore di perdere il controllo della situazione.

Diverso è il caso di chi soffre cronicamente o ciclicamente di questo disturbo. Il vertiginoso, costantemente combattuto tra il desiderio di farsi catturare dalle proprie vicissitudini e il tentativo di tener loro testa, sviluppa tratti di personalità specifici.

Solitamente chi soffre di questa patologia è una persona che con un modo di pensare molto statico, rigido, che pone resistenza a cambiamenti che potrebbero compromettere l’assetto della sua vita. Abitudinario, conservatore, diffida delle novità e preferisce mantenere comunque la propria posizione, anche se non esaltante, piuttosto che tentare esperienze inedite, che lo obbligherebbero a una “risistemazione” della propria esistenza.

Anche se inconsciamente avrebbe un grande desiderio di farlo, il vertiginoso stenta ad abbandonarsi e ad esprimere liberamente le proprie emozioni. La “paura di cadere” nel ridicolo o di farsi troppo coinvolgere, gli impediscono di lasciarsi andare ad effusioni o manifestazioni d’affetto. Allo stesso modo, anche se provocato, si tratterrà dal reagire in modo violento o impulsivo, riuscendo, con grande autocontrollo, a non perdere le staffe.

Anche se detesta riconoscerlo e ama dare di sé un’immagine di grande autonomia, questo particolare soggetto ha un profondo bisogno di una persona cui appoggiarsi. È frequente infatti che ricerchi la compagni di qualcuno per compiere qualunque attività o che non si arrischi a prendere una decisione senza aver prima consultato persone fidate. Questa difficoltà a gestire la propria vita in modo del tutto autonomo, inibisce spesso una completa realizzazione professionale, temuta per l’eccessivo carico di responsabilità che comporta.

L’instabilità emotiva, il non sentirsi “ben piantati” a terra, provoca una sensazione di precarietà e insicurezza che rende vacillanti il nostro portamento e i nostri passi. Per ciascuno di noi infatti la stabilità corporea è il primo punto cui facciamo riferimento per muoverci nel mondo: se esso viene a mancare, è inevitabile che sia compromessa la percezione che abbiamo di noi stessi e dell’ambiente che d’improvviso non sembra più offrire nessun appiglio cui ancorarci, nessuna certezza su cui fare affidamento.

Che sia fermo o in movimento, a minacciare la sicurezza del vertiginoso è sempre l’equilibrio, che può vacillare di fronte a un bivio in autostrada, in cima a una montagna o a un grattacielo, o di fronte a una scelta di vita. Il problema è comunque ripristinare ogni volta la propria stabilità, difficile da conquistare perché minata dal mancato incontro tra due parti, istinto e ragione, in eterno conflitto.

È come se il vertiginoso vivesse costantemente sull’orlo di un precipizio, simbolo del mondo del profondo, degli affetti, dell’istintualità, in cui ha il terrore di precipitare. Cadere nel vuoto è infatti uno dei sogni più ricorrenti, insieme a volare e precipitare di colpo, al percorrere di lunghi tragitti a piedi o in auto, scalare montagne, trovarsi di fronte a un bivio: tutte immagini che ruotano intorno al tema della “caduta” e dell’equilibrio.

Anche il linguaggio può presentare degli aspetti caratteristici. Attraverso il tipo di comunicazione e le metafore utilizzate possiamo individuare due tipi differenti di atteggiamento nei confronti del proprio disagio:

  • Alcuni subiscono la patologia vertiginosa identificandosi con i suoi tratti specifici – in particolare l’instabilità – che poi trasportano nel linguaggio.

  • Altri vivono sforzandosi di razionalizzare al massimo il proprio problema, così da esorcizzarlo. La loro comunicazione sarà di conseguenza decisa, disinvolta, fin troppo sicura.

L’individuo del primo tipo si esprime con un linguaggio indeciso, esitante, punteggiato da pause, interrogativi, sospensioni più o meno prolungate: “non so dove girarmi”, “mi sento mancare la terra sotto i piedi”, “è come se fossi in altalena”, queste ed altre analoghe espressioni che ricorrono nel suo eloquio.

La persona che rientra nella seconda tipologia, si sforza di vivere come se le vertigini non esistessero e si trincera dietro un linguaggio sicuro, secco, deciso, determinato, a volte inflessibile: “tiro dritto per la mia strada”, “nessuno mi farà mai cambiare posizione”. Queste le metafore linguistiche più usate. Dietro l’apparente determinazione e forza si cela la paura di “schiodarsi” dal proprio posto e perdere così il senso d’orientamento e d’equilibrio.

L’ATTACCO: COME VIENE

Quando insorge la crisi vertiginosa?

  1. Nelle fasi di “passaggio” del nostro cammino esistenziale;

  2. Quando la testa ha preso il sopravvento e ci fa guardare le cose troppo “dall’alto”;

  3. Nei momenti in cui ci troviamo improvvisamente sprovvisti dei nostri sostegni abituali;

  4. Quando c’è aria di cambiamento;

  5. Quando un’emozione ci travolge, lasciandoci del tutto disorientati: un litigio inaspettato, un coinvolgimento affettivo e sessuale travolgente o una manifestazione d’affetto intensa.

Un’immagine a cui usualmente si fa riferimento per rappresentare la vita è quella di un cammino di un percorso esistenziale, in cui ciascuno di noi incontrerà difficoltà, interruzioni, bivi ed ostacoli, corrispondenti alle diverse scelte ed imprevisti che dovrà affrontare per “andare avanti”. Per chi ha sviluppato quest’immagine dell’esistenza come un “percorso ad ostacoli”, l’insorgere improvviso delle vertigini può segnalare proprio l’irrompere, nella lineare routine di ogni giorno, di un evento nuovo, non contemplato nei piani, che finisce con travolgere l’ordine preesistente. L’attrazione che la novità inevitabilmente esercita, coniugata al timore delle conseguenze che essa potrà avere sulla nostra vita, finisce per creare in noi uno sbandamento.

Il vertiginoso infatti teme molto i cambiamenti, soprattutto quelli improvvisi e decisivi che coinvolgeranno grande parte della sua vita futura. I momenti più critici per chi soffre di questo disturbo sono quindi le cosiddette “prove” della vita: la scelta della facoltà a cui iscriversi, della professione da intraprendere, la decisione di sposarsi, di avere un figlio o di interrompere un rapporto affettivo ormai consolidato.

Tutti passaggi importanti, costellati spesso di dubbi e considerazioni contraddittorie che mettono in crisi le strategie difensive anche delle persone più razionali. L’incertezza di questi momenti, il sentirsi “mancare la terra sotto i piedi”, troverà espressione in un attacco di vertigini.

Uno dei momenti più classici per la comparsa di una grave crisi vertiginosa è il mattino.

Ci svegliamo e di colpo ci si prospettano tutti i problemi, le incombenze, le seccature che dovremo affrontare nel corso della giornata. La tentazione più forte sarebbe quella di sfuggirli, “marinando” le responsabilità. Ma il senso del dovere ci richiama all’ordine, rimettendoci di prepotenza in carreggiata. Senza però riuscire ad evitarci qualche piccolo o grande sbandamento, espressione del nostro desiderio di fuga represso.

Abitando di preferenza i “quartieri alti” della mente, il soggetto vertiginoso è portato a credere di avere sempre e comunque il pieno controllo della situazione. Ragione per cui qualsiasi critica sul proprio operato rischia di fargli perdere “la bussola”. Essere rimproverato da una persona che stima, essere ritenuto non “all’altezza” del compito svolto, manda certamente in crisi il suo desiderio di perfezionismo, infrangendo per un momento l’immagine che ha di se stesso e costringendolo a “scendere dal piedistallo”. Ecco che allora l’ufficio o il proprio ambito lavorativo, diventa il luogo in cui può sentirsi più facilmente spiazzato e incorrere di conseguenza in un attacco di vertigini.

Affrontare il mondo ci spaventa: le vertigini che insorgono quando usciamo di casa sono l’espressione della nostra paura di rimanere senza “appoggi” nell’affrontare spazi aperti e sconosciuti.

Ma anche la casa può nascondere insidie: quando ci sentiamo sacrificati, quando i nostri imperativi morali ci obbligano ad essere troppo ligi ai doveri, costringendoci per non cadere in tentazione a vivere col “paraocchi”, ecco che le pareti domestiche, al posto di rassicurarci, finiscono col diventare una trappola. La fantasia di evadere e dare libero sfogo ai desideri inconfessati, può allora tradursi in scossoni che, su un piano somatico, prendono il volto delle vertigini.

Se, nostro malgrado, incappiamo in una violenta lite e la collera ci rende ciechi, la vertigine può diventare l’abile stratagemma per evitare lo scontro diretto e imperdonabili “cadute” di stile.

In momenti di crisi col proprio compagno, quando nella coppia “qualcosa non gira”, cedere a un malessere passeggero può consentirci di prendere un attimo di distanza dalla situazione ed evitare di affrontare il problema.

Le vertigini nascondono anche un forte desiderio sessuale non soddisfatto. Un rapporto non appagante con il partner o una morale troppo severa che ci impedisce di realizzare le nostre fantasie erotiche sono spesso all’origine di questo disturbo. Ecco che allora la vertigine diventa l’unico sbocco verso “l’alto” che l’energia sessuale repressa riesce a trovare: perdendo l’orientamento o addirittura i sensi, il corpo mima così l’abbandono orgasmico tanto desiderato, tanto frustrato o tanto temuto.

La frustrazione diviene esasperata quando, oltre ad essere attratti sessualmente da una persona, ne siamo anche innamorati. Nelle situazioni in cui questo amore non può esprimersi liberamente, per esempio perché non ricambiato o “clandestino” o sconveniente per i più svariati motivi, la miscela inespressa di energia sessuale e sentimenti si fa esplosiva e, non trovando altra strada, “sale” fino a farci perdere la testa.

Le donne che faticano ad accettare la passività e la capacità di abbandono insite nella natura femminile soffrono spesso di vertigini. Perlopiù rivestono ruoli di grande responsabilità, sono fredde, razionali, decise, abituate a non farsi coinvolgere troppo dai sentimenti per non offuscare la lucidità con cui perseguono e centrano gli obiettivi prefissi. Le crisi vertiginose sopraggiungono in misura maggiore durante le mestruazioni, il periodo “femminile” per eccellenza, in cui le pulsioni trattenute e negate trovano finalmente un varco nel flusso mensile.

Le crisi vertiginose durante la gravidanza stanno ad esprimere il timore delle responsabilità che l’imminente ruolo di madre comporta. Già la scomparsa del mestruo, segno manifesto della prossima maternità, può scatenare giramenti di testa in cui possiamo leggere tentativi inconsci di distrarsi o addirittura fuggire dal nuovo ruolo che si sta per assumere.

I cambiamenti atmosferici sono tra le cause scatenanti le vertigini. I lampi, i tuoni, la pioggia, il sole “stressano” il nostro organismo, soprattutto in presenza di un mutamento climatico repentino; inoltre hanno un significato sul piano simbolico che trascende il loro valore di evento meteorologico. Il vento, come abbiamo visto in precedenza, rimanda simbolicamente al movimento, al dinamismo e quindi è sinonimo di mutamento. L’impossibilità di gestire questa forza che “tutto muove” rievoca nel vertiginoso l’ansia di controllare ogni evento del mondo, destando in lui insicurezza fino al punto di scatenare una crisi di vertigini.

Così il lampo e il tuono che irrompono improvvisamente e violentemente nella natura, possono risvegliare la paura che forze inconsce trattenute e temute si risveglino, venendo a mettere in crisi l’equilibrio di sempre. La pioggia, in quanto elemento acquatico, rimanda al “femminile” e alle sue peculiarità di fluidità, ricettività, plasticità, abbandono, che sono poco accettate da chi soffre di vertigini e preferisce realtà solide e dai contorni definiti.

Il sole, che a differenza degli altri pianeti è “fermo” nello spazio, sembrerebbe l’elemento naturale più consono al vertiginoso che ama emergersi verso l’alto e si trova a suo agio in piena luce. Diverso il discorso se c’è di mezzo il caldo: la pressione si abbassa e, per chi ha una particolare predisposizione, compaiono le vertigini. In questo specifico caso, esse sembrano mimare il conflitto che si crea tra una carica erotica che “spinge” per esprimersi (il calore si associa al fuoco e quindi al’energia istintuale) ed una razionalità che “abbassa” la guardia, non riuscendo più a contenere l’esplosione dell’energia libidica.